DI CHIARA FARIGU
CHIARA FARIGU
C’era una volta la sanità pubblica a cui si poteva ricorrere quando se ne aveva bisogno. Cosí come c’era il medico di famiglia sempre disponibile sia per le visite in ambulatorio che a domicilio. Potrebbe cominciare cosí la storia del nostro SSNN, un tempo florido, generoso, altruista, quasi umano. Guardato, oltralpe e non solo, con una certa invidia. Poi come succede a certi bambini che con la crescita si “guastano”, a causa di cattive frequentazioni o di esperienze che lasciano il segno, anche il nostro sistema sanitario ha subito un processo di involuzione. Una sorta di mutazione genetica che lo rende irriconoscibile, un estraneo. Peggio, un nemico.
Basta avere qualche problema di salute, anche piccolo, per rendersene conto. Figuriamoci poi se i problemi sono grossi. Perché a questi non potranno che seguire guai grossi. Il perché è presto detto. La sanità che c’era una volta oggi non c’è più. È ridotta all’osso, agonizzante. È re-spingente … verso quella privata.
E sta diventando un vero e proprio lusso, esclusiva solo per chi può permettersela. Secondo i dati della ricerca Censis-Rbm, il 30,2% degli italiani si è rivolto a strutture a pagamento perché i laboratori, gli ambulatori e gli studi medici sono aperti nel pomeriggio, la sera e nei week end. Mentre gli stessi, nelle strutture pubbliche sono inaccessibili e i tempi d’attesa biblici.
E se nel 2012 erano 9 milioni, oggi, nel 2016, sono diventati 11 milioni gli italiani che hanno dovuto rinviare o rinunciare a prestazioni sanitarie nell’ultimo anno a causa di difficoltà economiche, non riuscendo a pagare di tasca propria le prestazioni. Al binomio “meno sanità pubblica, più sanità privata” si aggiunge il triste fenomeno della sanità negata: “Niente sanità senza soldi”.
A fronte di una sanità pubblica che langue, quella privata è sempre più florida e tronfia e poco importa se a farne le spese sono le fasce più deboli e meno abbienti. Se tutto questo non ci meraviglia più di certo ci indigna profondamente
foto di Chiara Farigu.
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