DI ANNA LISA MINUTILLO
annalisa minutillo
Molto alta la tensione alla fine della protesta dei migranti che si è svolta ieri a San Ferdinando e a Rosarno, piccoli Comuni della Piana di Gioia Tauro. Questi luoghi ospitano la tendopoli dove l’altro giorno un carabiniere, nel tentativo di porre fine ad una rissa, ha ucciso Sekine Traore, migrante del Mali. Secondo una prima ricostruzione, Sekine Traore ha prima aggredito due abitanti dell’accampamento, successivamente ha ferito un militare a un occhio e a un braccio, quest’ultimo ha reagito facendo fuoco contro l’uomo. Secondo il procuratore si delinea la legittima difesa. Il sindaco invece sostiene che “bisogna smantellare la tendopoli perché sta diventando un ghetto”.
Ci ammazzano come animali. Italia razzista”, questo è ciò che urlavano i migranti nella loro protesta, contenuta dalle forze dell’ordine. Si temeva in modo forte il ripetersi della situazione, avvenuta nel 2010, che vide i lavoratori stagionali in rivolta . Per diversi giorni la cittadina della Piana di Gioia Tauro restò paralizzata da quella protesta.
I migranti riferiscono che nella tendopoli si trovavano sette carabinieri contro un nero e non possono fare a meno di domandarsi quale motivo vi fosse per uccidere il loro compagno. Una delegazione di migranti, tra cui il fratello del ragazzo ucciso, ha chiesto al commissario prefettizio che la salma del congiunto venga portata in Mali. La delegazione ha potuto relazionare solo con lui poiché al momento il comune, che non ha un sindaco, è stato sciolto a causa di infiltrazioni mafiose
Gli investigatori sono al lavoro per ricostruire le dinamiche dell’accaduto, che appaiono ancora confuse ma che alla base vedono la guerra fra poveri che scaturisce da queste situazioni drammatiche.
Sono stati comunque gli stessi extracomunitari a chiamare i carabinieri richiedendo il loro intervento. Si parla di un tentativo di furto di un borsello che conteneva 250 euro.
I luoghi dove risiedono gli extracomunitari sono spesso tendopoli, casolari abbandonati e fatiscenti, baracche improvvisate che si trasformano in veri e propri ghetti in cui non vi sono leggi.
Si creano veri e propri “inferni” all’interno della tendopoli , dove si trovano almeno 500 persone che vengono impiegate per il lavoro nei campi. Le stesse nei momenti di pieno raccolto possono diventare mille, il tutto senza nessuna assistenza dovuta alla mancanza di fondi .
La situazione di Rosarno coinvolge un numero molto alto di quelli che vengono denominati “i nuovi schiavi”.
Queste baraccopoli sono una vera fonte di forza lavoro che nutre il caporalato e che vedrebbero la loro fine se non vi fosse una richiesta di manovalanza così consistente. Baraccopoli che si trovano fuori dei centri abitati , dove spesso si è dimenticati e dove si può agire indisturbati, senza dare troppo nell’occhio.
A volte i braccianti trovano la forza di sollevare la testa e di far sentire la loro voce, così come accadde 6 anni fa , quando si munirono di bastoni e devastarono la città.
L’odio razziale fu alla base di quella rivolta, e dopo sei anni nulla è veramente cambiato: si denunciano le stesse problematiche, i comportamenti poco corretti e denigranti che gli italiani tengono spesso nei riguardi degli extracomunitari , di cui spesso beneficiano a costo bassissimo.
A volte le parole vanno oltre e si passa ad atteggiamenti di violenza concreta nei loro riguardi.
Ciò che non si conosce o si fa finta di non conoscere è la retribuzione che viene erogata a queste persone. Un corrispettivo che parte da un euro l’ora e che li vede impiegati, quando va bene, fino a 13 ore al giorno nei campi.
Nelle situazioni “migliori” la paga oraria può arrivare fino a 3 euro l’ora. Le condizioni di vita, alquanto discutibili, sono da considerarsi di mera sopravvivenza: durante l’inverno, ai migranti vengono venduti dei copertoni, che vengono bruciati per scaldarsi e sopravvivere ai giorni più rigidi, respirando tutto il fumo tossico che deriva da questa combustione.
Inoltre pagano l’affitto per queste baracche che li ospitano , a volte a fare compagnia loro ci pensano i topi ed anche il cibo che gli viene venduto spesso è scaduto. In questo modo finiscono inevitabilmente con l’ammalarsi.
Da Rosarno durante il cambio di stagione gli occupanti delle tendopoli o dei casolari abbandonati si spostano a Nardò per dedicarsi alla raccolta dei cocomeri.
Si distinguono dagli altri perché più deboli, con le barriere immunitarie quasi inesistenti poiché abbattute dall’utilizzo degli antiparassitari che consentono alla produzione maggiore resa.
Spesso soffrono di dissenteria causata da ciò che hanno respirato e da quel cibo scarso e di scarso valore proteico che hanno mangiato.
Spesso muoiono a causa di queste condizioni di lavoro che li vedono esposti al freddo d’inverno ed a 45 gradi in estate, condizioni disumane che nemmeno in Africa vivono.
L’anno scorso sono stati sette i decessi, e fra le vittime vi erano anche donne italiane sottoposte agli stessi trattamenti poiché quando si tratta di caporalato gli stessi non si soffermano né sulla nazionalità e neanche sul colore della pelle.
Tutto lascia presagire a bilanci più alti , ed alcuni lavoratori hanno riferito di fosse comuni , una vera e propria violazione dei diritti umani.
L’obiettivo di queste situazioni è quello di riuscire a reperire il maggior numero di forza lavoro nel più breve tempo possibile in modo da poter far fronte alle richieste delle multinazionali capaci di richiedere da un giorno all’altro diverse tonnellate di prodotti che devono essere raccolti rapidamente.
Quale posto allora risulta essere in grado di soddisfare queste richieste se non le baraccopoli?
Questo è solo un anello di questa “catena criminale” che nutrendosi di richieste di prezzi sempre più bassi stabilisce il costo della materia prima, senza aver mai avuto nessuna esperienza di contatto con la terra e con il duro lavoro che su essa si svolge.
Questo risparmio ricercato fino all’esasperazione delle vite dei braccianti diventa per loro profitto.
Una filiera che va dagli agrumeti al Porto di Gioia, su cui si stendono i tentacoli della ‘ndrangheta. Come avviene a Fondi, nel basso Lazio, con la camorra.
Non solo non sono i cittadini locali a consumare le clementine della Piana ad esempio, e neanche quelli delle altre Regioni d’Italia ma le stesse sono destinate al mercato estero. Non ultima la Coca Cola che acquista la spremuta per la Fanta.
Solo il 10-15% del nostro prodotto resta in Italia.
Questo prodotto di eccellenza, come tanti altri presenti sul nostro Paese viene svenduto e nasconde un sistema agricolo che schiavizza. Le mafie, la ‘ndrangheta, la camorra fino a giungere alla criminalità organizzata pugliese, fanno affari d’oro.
I dati forniti da Agromafie riferiscono di un giro d’affari che va dai 14 e i 17 miliardi di euro l’anno.
Ma come funziona il sistema di ‘Mafia Caporale’ ?
La rete del traffico umano attraversa tutto il Paese, seguendo il ritmo delle stagioni. Tanto che per capire la produzione agricola italiana basterebbe chiedere a un bracciante sfruttato.
La tratta non termina a Lampedusa, ma comincia a Lampedusa il più delle volte.
Migliaia di potenziali braccianti dall’Eritrea e dal centro Africa si imbarcano in Libia, muovendosi sotto il controllo delle mafie nostrane. Giunti in Italia, vengono trasferiti nei centri di accoglienza che spesso sono dei centri di collocamento criminali.
Al Cara di Mineo, c’era un vero e proprio reclutatore di colore che indirizzava i migranti ai campi. I ragazzi vengono instradati da un centrafricano, e in questo modo introdotti nel circuito della nuova schiavitù, passando da caporale a caporale.
Il trasporto dei lavoratori dalle tendopoli e dai casolari ai campi è affidato ai caporali bianchi che non devono essere necessariamente italiani, possono essere anche bulgari o rumeni. La cosa importante è che non siano neri perché darebbero nell’occhio alla guida di furgoni e bus.
Ogni caporale bianco ha sotto di sé uno o più mezzi caporali di colore, che governano il lavoro.
Sulla vetta della catena di controllo vi sta il proprietario del campo, italiano, che pattuisce la cifra col trasportatore. I migranti vengono sfruttati non solo dai clan ma anche dal lavoro nero poiché quasi di 15mila persone è composto il numero dei braccianti senza nessun tipo di contratto e questo è considerato quasi normalità.. Alcuni lavoratori che vivono nelle baraccopoli sono in regola e si ritrovano ad accettare queste condizioni massacranti
perché senza quel foglio di carta rischiano l’espulsione, ed una volta cacciati dall’Italia diventerebbe impossibile rientrarvi come migranti economici.
La schiavitù di questi ultimi decenni si serve di catene invisibili. Questi lavoratori potrebbero decidere di non farsi più sfruttare reagendo , come stanno facendo circa 2 mila sikh in sciopero a Latina contro un salario da fame: 3,50 euro l’ora e a condizioni di lavoro disumane .Ma senza un caporale di riferimento il lavoro agricolo te lo puoi pure scordare.
Le catene però sono ben visibili sia agli abitanti della Piana, che alle aziende trasformatrici delle arance e delle clementine in succo, che alle Forze dell’ordine che hanno le mani legate. Un reale problema è che in certe zone anche la popolazione locale sopravvive grazie a questo sistema. E lo stesso accade per alcune associazioni di accoglienza.
Le amministrazioni non vogliono perdere interi bacini elettorali, così chiudono entrambi gli occhi.
Vi sono anche lavoratori costretti a subire violenze e ricatti sessuali fra i braccianti centrafricani e le donne rumene, persone che non votano e che per istituzioni continuano ad essere inesistenti. Lo Stato è assente: mancano gli ispettori del lavoro e nessuno rischia di fare uno sgarro alle mafie..
Il male comunque non si trova solo al Sud e nel basso Lazio.
Alle situazioni come quella di Vittoria e Ragusa, della Piana, di Castel Volturno e Villa Literno, dell’Agropontino, del litorale domizio e della Capitanata vanno aggiunti quelli del Trentino, della Franciacorta, a Saluzzo, e pure dell’Emilia Romagna. Territori che ospitano coltivazioni intensive.
Nel Chianti è stata aperta un’inchiesta poiché gli extracomunitari venivano reclutati in un centro di accoglienza profughi , radunati e portati a raccogliere uva e olive nei campi del Chianti per 4 euro l’ora. Oltre trecento immigrati, giunti dal Pakistan ed in qualche caso anche da Paesi dell’Africa sub sahariana, sfruttati e sottopagati per lavorare in cinque aziende vitivinicole del Chianti che avrebbero fatto capo ad un unico imprenditore . Gli inquirenti non hanno ragione di ritenere coinvolto nel traffico al momento l’imprenditore . Gli stranieri lavoravano tutto il giorno in ciabatte anche a gennaio, vessati con punizioni corporali e costretti a lavorare tra i rovi senza guanti quando “sgarravano”.
Luoghi che popolano lo storytelling del grande made in Italy, l’eccellenza che va protetta e sponsorizzata all’estero. Quella decantata alla recente Expo di Milano per intenderci.
Prima di aprire un vasetto di passata, di bere un bicchiere di vino, o di condire con ottimo olio le nostre pietanze bisognerebbe essere consapevoli di cosa c’è realmente dentro o cosa troppo spesso viene dimenticato: i diritti umani.
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