DI RITA A. CUGOLA
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La schiavitù rappresenta la negazione stessa della dignità umana. Non implica soltanto sfruttamento economico o fisico: è l’annientamento totale dell’essere. Insieme alla libertà (diritto inalienabile) infatti, uno schiavo perde anche il diritto ad affermarsi in quanto individuo, essere senziente dotato di raziocinio e personalità.
E’ una tragedia di proporzioni incommensurabili quella che si sta consumando nel cuore del continente africano (ma non solo) a danno di milioni di sventurati costretti a vivere in funzione esclusiva del loro padrone. Un flagello molto spesso ignorato dal cosiddetto mondo civile (maggiormente incline a concentrare l’attenzione su problematiche meno spinose, controverse e scomode) di cui la Mauritania ha detenuto a lungo il triste primato.
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Gli interventi governativi finora promossi per debellare tale abominevole consuetudine (al decreto presidenziale risalente al 1981 è seguita, 26 anni dopo, una legge volta alla condanna degli schiavisti) non sono riusciti a riscattare la miseria esistenziale delle migliaia di infelici (tra le 140mila e le 600mila unità) ormai ridotte a oggetti passibili di essere ceduti al miglior offerente.
Larve umane incapaci di reagire ai soprusi e alle violenze. Entità prive di autonomia la cui unica ambizione resta legata alla soddisfazione indiscriminata dei sadici desideri proferiti dai loro aguzzini. Anche al prezzo della vita. Passato e futuro si sovrappongono in un eterno presente senza orizzonti.
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Appartengo a una dinastia di schiavi, non so leggere né scrivere. Bado al bestiame, sbrigo i lavori domestici,  vado a prendere l’acqua.  Vengo spesso picchiata“, racconta  Habj Rabah, un volto senza età confuso tra i fantasmi  haratines (Maori neri discendenti dai deportati sudanesi) di Nouackhott, la capitale. “Sono di fede musulmana anche se non porto il velo. Mi hanno spiegato che non potendo nemmeno pregare per me non è importante. D’altronde, l’islam è prerogativa dei padroni. Noi dobbiamo soltanto ubbidire“.
I dati recentemente inglobati nel Walk Free Foundation’s Slavery Index sembrano però suggerire prospettive incoraggianti:  nel corso dell’ultimo biennio infatti, la percentuale dei mauritani  costretti a vivere in condizioni disumane sarebbe calata dal 4 all’1%, regalando al paese la settima posizione per incidenza internazionale su un fenomeno esteso complessivamente a 48,5 milioni di esseri umani.
Inclusi i sudditi di Kim Jong-un, il cui oscurantismo di stampo autoritaristico-narcisistico avrebbe contribuito ad accelerare l’ascesa della Nord Corea nella classifica delle nazioni incriminate.
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Sostanzialmente infatti, almeno una persona su 20 sarebbe tuttora costretta ad accettare un genere di  schiavitù direttamente imposto dal sistema.
Nel 1996 sono stato mandato  in Kuwait con altri connazionali. Ero immensamente grato alle istituzioni, Credevo che con uno stipendio di 120 dollari al mese avrei potuto aiutare la mia famiglia  afflitta dagli stenti“, ricorda Rim Il, carpentiere di professione. “Ma non è stato così. Abbiamo lavorato tutti duramente per cinque mesi senza ottenere alcun compenso. Ci eravamo accampati in una scuola abbandonata e nel poco tempo libero venivamo obbligati a guardare documentari sull’allora leader Kim Jong Il.  Non ho mai  saputo di avere un passaporto finché non sono arrivato a destinazione: mi è stato consegnato e subito ritirato dall’ufficio immigrazione kuwaitiano. Non ho potuto nemmeno sfogliarlo“.
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Modalità diverse di assoggettamento, identiche ripercussioni sul piano psicologico. In base alle stime effettuate dalla North Korea Watch  sarebbero attualmente  circa 100mila i nordcoreani indotti al lavoro coatto oltreconfine: 18 ore giornaliere di fatica il cui corrispettivo in denaro continua a confluire nelle casse di Pyongyang.
Attraverso una consociata di Singapore ho personalmente gestito questi fondi, destinati alla  costruzione di strade e palazzi “, ha ammesso Kim Kwang Jin, ex finanziere dell’establishment residente a Seoul. “Ma  ora la situazione è sensibilmente peggiorata. Ciascun lavoratore deve contribuire alle velleità del giovane leader in carica  con almeno 100 dollari al mese: ciò implica introiti annuali pari a centinaia di milioni di dollari. Un tesoro volto ad alimentare consistentemente i programmi missilistici e nucleari elaborati dal regime“.
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