DI ELEONORA DE SANCTIS
eleonora de sanctis
Dal 22 ottobre 2009 -giorno in cui morì il trentaduenne Stefano Cucchi durante la custodia cautelare- ad oggi, sono passati 17 anni. In tutto questo tempo, il caso di cronaca nera, che ha segnato particolarmente l’opinione pubblica, in maniera insistente ha cercato la sua giustizia. Giustizia per un uomo privato della vita, privato del suo dono più grande e forse unico. Una vita stessa fatta di ostenti, di “attività illecite”, di uso di droghe, ma non per questo da “buttare via” o di far sì che cessasse per mani di terzi. Così finalmente dopo tutti questi anni, il sostituto Procuratore generale della Corte d’appello di Roma, Eugenio Rubolino, nell’ambito del processo di appello bis dopo l’annullamento degli imputati da parte della Cassazione, ha chiesto la condanna dei cinque medici dell’ospedale Pertini che ebbero in cura Cucchi.
In una società dove ormai l’etica professionale, in tutti i campi lascia a desiderare, e dove la giustizia e il rispetto umano sono stati surclassati da interessi diversi e poco “dignitosi”, noi ci chiediamo ancora perché la diversità e la debolezza vengano punite con la morte, quando atti sicuramente più duri dello spacciare sostanze stupefacenti, non vengono puniti adeguatamente. La nostra società che tutto ha reso massa, dove tutto è giustificabile a delle regole rigide e prestabilite. Dove ormai non esistono più individui liberi di manifestare il proprio essere ma semplici maschere da indossare e che finisco per “uguagliare” tutto e tutti, dando un senso di sicurezza ed identità in qualcos’altro, come la violenza, la droga, la prepotenza. Lei in primis probabilmente dovrebbe essere chiamata a giudizio. Insieme ai suoi servitori che ormai non si chiedono più “Perché” ma agiscono e basta.
In un testo pubblicato nel 2015 dal Prof. Alberto Sobrero, docente in discipline etnoantropologiche dell’Università la Sapienza di Roma, che ha dedicato alla memoria di Stefano Cucchi, possiamo forse comprendere meglio come il “male borghese” (così l’avrebbe chiamato Pier Paolo Pasolini) possa essere così influente, a tal punto da isolarti e decidere la fine della tua esistenza: “C’è un episodio recente, uno di quegli episodi di cronaca che sono, però, segno di un lungo presente: l’episodio di Stefano Cucchi, ragazzo debole, che faceva uso di droga, ucciso da ignoti. Stefano Cucchi è stato ucciso, ma, come ha detto la magistratura, non ci sono prove certe per indicare i nomi dei colpevoli. Tutti e nessuno: dal carcere all’ospedale. Delle ultime ore della sua vita si sa, o si vuole sapere poco. Isolato, tenuto nascosto, forse avrà creduto di essere stato abbandonato anche dalla propria famiglia. Alla fine dicono che abbia chiesto del proprio cane, che qualcuno se ne prendesse cura. È una storia che Pasolini probabilmente avrebbe raccontato, e che anzi racconta nel secondo capitolo di Ragazzi di vita. È la morte di Marcello, il primo dei tanti ragazzi che muoiono nel romanzo. […]
Per quel che vale, questo corso è dedicato alla memoria di Stefano e di tutti i ragazzi più deboli e vittime”.
Almeno oggi probabilmente una piccola consolazione c’è: finalmente quei nomi, nella richiesta di una condanna a 4 anni di reclusione per il primario Aldo Fierro e una a 3 anni e mezzo per i sanitari Stefania Corbi, Flaminia Bruno, Luigi De Marchis e Silvia Di Carlo, possibili responsabili di un atto così poco umano, sono usciti allo scoperto.
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