DI GIULIA RODANO
giulia rodano
Non riesco a nascondere un sentimento contraddittorio nei confronti del risultato della sinistra a Roma. Da una parte speravo e forse mi aspettavo di più. Ho visto crescere nel corso dei mesi una consapevolezza nuova della necessità e della natura della alternativa che dobbiamo costruire. Ho anche visto uomini e donne diversi discutere nel merito del progetto, dei suoi contenuti, dei suoi valori e anche dei suoi sogni. Ho visto anche crescere il candidato sindaco, conquistare conoscenza della città, dei suoi problemi, della sua identità. L’ho visto crescere in forze e autorevolezza. Tutto questo forse mi ha illuso, o meglio mi ha confuso.
Per questo mi aspettavo di più, pensavo che tanti altri condividessero quello sforzo, avessero potuto avvertire quella novità, quella speranza.
Il voto mi ha detto che non era stato così. I cittadini avevano invece avvertito troppo l’incertezza, la timidezza a chiudere la storia del centrosinistra romano caduto nella farsa di mafia capitale e nella tragedia di una città abbandonata e umiliata, dei tanti che dentro quella esperienza avevano fino alla fine cercato un ruolo. I cittadini l’hanno avvertita nel corteggiamento a uomini espressione di quel centrosinistra che non esiste più, da Marino a Bray, l’hanno sentita nella reticenza nel voler ancora segnare una continuità proprio con quelle giunte che pure avevano deciso le olimpiadi, lo stadio della Roma, gli sgomberi delle realtà sociali romane, che erano state sorde verso chi perdeva il lavoro, come le maestre degli asili nido o verso chi chiedeva che il proprio salario non venisse decurtato d’autorità.
Non sono bastate, evidentemente, le scelte coraggiose e nette di Fassina e di tanti, da Aet a Rifondazione comunista a Sinistra Italiana, ai tanti militanti che le hanno sostenute e portate avanti.
Sinistra per Roma ha risposte anche per i giovani e per gli abitanti delle periferie. È di Fassina la prima opposizione alla scelta delle olimpiadi e delle grandi opere, a cui abbiamo contrapposto, all’inizio da soli, la necessità di spendere i soldi per la vita della città. È di Fassina la battaglia per l’uso sociale del patrimonio pubblico, per dare casa a chi non ce l’ha. Ma la scelta alternativa è evidentemente stata tardiva, sentita come superficiale, come non realmente vissuta. Tante volte mi sono sentita dire “ma poi farete l’accordo al ballottaggio con il Pd”, come a dire che la lista era solo un escamotage, non una scelta vera.
E in tanti hanno preferito i 5 stelle o si sono rinchiusi nell’astensione.
Ma se questa contraddizione e questa ambiguità così gravi ci sono state e hanno segnato la nostra esperienza e la nostra iniziativa, allora, paradossalmente, la delusione si scolora e il risultato può tornare a sembrare promettente. Perché alla fine premia, diventa patrimonio di chi ci ha creduto veramente (e le preferenze ne sono una testimonianza) e consente a chi ha costruito le idee dell’alternativa e della discontinuità da passato, i progetti, la connessione sentimentale, la comunità, di andare avanti.
L’importante è che non prevalgano di nuovo ambiguità e incertezza. Non ci sono più consentite e non hanno più ragione d’essere di fronte a un Pd che rivendica proprio le scelte più scellerate compiute sulla pelle della città e dei suoi abitanti.
Leggo sui giornali che è finita l’epoca dei cespugli. Appunto, Sinistra per Roma non è nata per fare il cespuglio, per condizionare il Pd o i 5stelle. È nata per costruire un movimento autonomo, in grado di affrontare la fida per governare, proprio come Podemos o Syriza. Per questo le ambiguità ci distruggono.
Ora andiamo avanti. Abbiamo l’opposizione da fare, dobbiamo onorare gli impegni elettorali e portare in consiglio la sinistra, le cose che ha imparato in questi mesi, le voci che ha ascoltato. Dobbiamo rendere credibile quello che abbiamo cominciato a costruire.
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