DI SIMONA CIPRIANI
simona cipriani
Perché parlare nel 2016 di schiavitù? Perché ancora oggi esistono nel mondo quasi 46milioni di schiavi. 46milioni di persone che non hanno diritti e che nemmeno li rivendicano, 46milioni di persone, per la maggioranza donne e bambini, che non sono più padrone di loro stesse, che vengono utilizzate come macchine, per lavori usuranti e insalubri senza avere la possibilità di affrancarsi. Secondo il Global Slavery Index di Walk Free Foundation, reso pubblico qualche giorno fa, l’India è il Paese con il maggior numero di persone ridotte in stato di schiavitù (18,3 milioni) seguito da Cina (3,39 milioni), Pakistan, Bangladesh e Uzbekistan: in totale 26,6 milioni di persone, il 58% degli schiavi del mondo, i restanti sono concentrati principalmente in Africa e in Sud America in particolare in Brasile.
In termini percentuali rispetto alla popolazione, il Paese che risulta in testa alla triste classifica è la Korea del Nord con il 4,37% in triste compagnia di Stati in cui la schiavitù è addirittura legalizzata come il Qatar.
A questo punto è doveroso fare un’analisi approfondita del problema che affligge ancora l’umanità nonostante la schiavitù sia stata abolita nel 1848 e condannata dalla Convenzione sulla Schiavitù della Lega delle Nazioni (1926), dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (1946), dallo Statuto di Roma (1998) e soprattutto dal senso di umanità e di pietà che dovrebbe risiedere nella coscienza di ognuno di noi.
La cosa che risulta evidente immediatamente studiando le tristi tabelle dei rapporti annuali sulla condizione di schiavitù, è che i Paesi che ne sono maggiormente afflitti sono quelli in cui si concentra la produzione di merce a basso costo voluta e programmata dall’idea di economia globale, e quelli che tengono in minor considerazione la Carta dei diritti umani.
La globalizzazione fonda i suoi principi sul libero movimento, la libera circolazione di merci e sulla realizzazione di altissimi profitti che si ottiene attraverso la massima riduzione dei costi di manodopera, dei tempi di produzione e della tassazione dei profitti. La schiavitù diventa quindi un ottimo mezzo per ridurre i costi di produzione insieme al lavoro sottopagato e privo di sufficienti tutele. Questi moderni schiavi sono generalmente impiegati in agricoltura, nella pesca, nella lavorazione manuale, nelle cave e nelle miniere.
Nei Paesi in cui la schiavitù e l’industria coesistono, l’utilizzo degli schiavi mantiene bassi i salari e i prezzi dei prodotti sul mercato globale. La schiavitù in chiave XXI secolo individua sei forme di limitazione o totale appropriazione della libertà degli individui:
  1. La schiavitù basata sul possesso
  2. La servitù da debito
  3. La schiavitù contrattualizzata
  4. La schiavitù di guerra
  5. La schiavitù dei restavecs (“figli in eccesso” che sono ceduti o venduti)
  6. Le schiavitù ammesse per religione
A queste sei principali cause, ne va aggiunta un’altra che, di fatto, crea condizioni di limitazione della libertà e di sfruttamento ed è direttamente collegata alla migrazione e al traffico delle persone, attività generalmente gestita dalla criminalità. La tratta di esseri umani può essere causata da gravi problemi economici degli Stati di origine o da conflitti interni, guerre o disastri naturali.  Il traffico a scopo di lucro, che consiste nel contrabbando di migranti clandestini facilitandone l’ingresso illegale in paesi più ricchi, garantendone il trasporto e il soggiorno spesso in condizioni disumane e degradanti in cambio di grosse somme di denaro, è spesso causa di schiavitù da debito. Il denaro anticipato per il viaggio dovrà essere restituito con il lavoro nel Paese di arrivo o attraverso l’accattonaggio e la prostituzione, previa il ritiro di documenti e sotto la minaccia nei confronti dei familiari rimasti nel Paese di origine.
Le vittime perdono la protezione delle reti sociali, della famiglia e non sanno a chi rivolgersi per riappropriarsi della propria libertà. Questo fenomeno provoca un doppio danno: alle persone ridotte in stato di schiavitù e alla struttura sociale della comunità di origine che perde così forza lavoro, compromettendo lo sviluppo futuro e la produttività del Paese aggravandone ancor più lo stato di povertà.  La servitù da debito è la forma di schiavitù più comune al mondo con un’altissima diffusione in India e in Pakistan.
Lo schiavo impegna sé stesso a seguito di un anticipo di denaro che lo terrà sotto il controllo totale del “datore di lavoro”, la natura della prestazione lavorativa non viene definita e generalmente non riduce l’entità del debito che potrà essere anche trasmesso per via ereditaria.
La schiavitù da possesso, che non è più espresso come nell’antichità attraverso un contratto di proprietà vero e proprio, si sviluppa in casi di estrema povertà e riguarda quasi totalmente donne e bambini ceduti per motivi economici. Per quanto riguarda le donne si tratta per la maggior parte di schiavitù sessuale che alimenta giri di prostituzione soprattutto nel sud est asiatico, in particolare in Thailandia meta ambita dal turismo sessuale di tutto il mondo.
I bambini vengono utilizzati in lavori per cui sono richieste mani piccole e agili come la cucitura dei palloni da calcio, delle scarpe o nei lavori domestici, ma anche nella costruzione di mattoni, nelle miniere o nell’accattonaggio.
Acquistare uno schiavo nel XXI secolo è molto meno costoso che nel passato. Questo accade perché l’offerta di potenziali schiavi è amplissima, il costo di una persona può variare dai 200 ai 2000 dollari per una prostituta e dai 20 ai 30 dollari per un bambino o un uomo. Considerata la cifra limitata dell’investimento e la grande disponibilità di “merce”, chi si appropria di un essere umano non ha interesse a prendersi cura del suo “capitale”, che verrà sfruttato fino allo stremo per essere abbandonato a sé stesso e sostituito generalmente entro 2-3 anni. Le forme di schiavitù contrattualizzata sono principalmente basate sulla frode. Si usa un finto contratto di lavoro come esca e per dare una parvenza di legittimità alla schiavitù. La vittima del raggiro sarà costretta a lavorare gratuitamente e in condizioni disumane e privata di ogni libertà di movimento.
Questa tecnica è usata soprattutto in Brasile, dove la forza lavoro viene trasferita nelle foreste pluviali lontane centinaia di chilometri dai centri abitati e utilizzata per i disboscamenti o per il lavoro nelle miniere di carbone che forniranno materia prima all’industria messicana e americana.
Prima di tirare le conclusioni su questo elenco di orrori sul quale spesso si distoglie lo sguardo, rimangono da considerare le forme di schiavitù legate alla religione e alle guerre.
Alcune religioni ammettono condizioni che possono produrre stato di schiavitù, basti pensare al sistema delle caste nei Paesi induisti o alla compravendita delle spose bambine in quelli musulmani, in alcuni dei quali la condizione di schiavitù è ammessa per legge. Il fenomeno dei baby soldati in Africa, bambini sottratti alle famiglie e addestrati a combattere, è un tipico esempio di riduzione in schiavitù per motivi bellici. 
I bambini vengono obbligati a combattere costringendoli ad assumere sostanze stupefacenti e vengono utilizzati in azioni ad alto rischio sfruttandone l’incoscienza provocata dall’uso di droga e dalla loro giovane età. Spesso divengono oggetto di catechizzazione, trasformandosi in veri killer senza alcuno scrupolo. L’ignoranza, la miseria e l’aumento vertiginoso della popolazione mondiale sono terreno fertile per la nascita di un numero sempre maggiore di esseri umani votati a perdere i propri diritti e la propria libertà personale.
La società globale spostando l’attenzione sul profitto, cui vengono sacrificati tutti i valori di tutela dei diritti dell’individuo, lavoratore o no, crea le condizioni ideali allo sfruttamento e alla riduzione in schiavitù delle fasce più deboli e povere della popolazione mondiale aprendo le porte a un mondo in cui ci sarà un divario sempre maggiore tra ricchi e poveri e che ci vedrà diventare schiavi, magari in altre forme da quelle descritte, ma sempre schiavi di un sistema che sempre più appare conforme allo scenario dei romanzi di Orwell: triste precursore del mondo moderno.

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