DI CHIARA FARIGU
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L’istantanea scattata dall’Istat parla chiaro: nel 1° trimestre del 2016 si registra una crescita di occupati rispetto allo scorso anno di ben lo 0,8%, a fronte dei disoccupati che calano dello 0,9%. Se poi vogliamo quantificare in numeri e non solo in percentuali, i dati parlano di 242.000 unità su 22,6 milioni di lavoratori. I disoccupati, in cerca di lavoro, sono poco meno di 3 milioni, mentre, e questo è il dato davvero sconfortante, gli inattivi, cioè quanti non solo non lavorano ma neanche sono in cerca di una possibile occupazione si attestano intorno ai 13 milioni.
Altro dato messo in luce dalla fotografia scattata dall’Istat è che a fare incetta di offerta lavorativa sono gli over 50 che aumentano di 335mila unità, mentre crollano paurosamente gli occupati tra i 35 e i 50 anni. La spiegazione di questo fenomeno è comprensibile ai più, ad eccezione di chi dovrebbe correre ai ripari, ed ha una denominazione ben chiara: riforma previdenziale Fornero. L’inasprimento dei requisiti richiesti, compreso l’innalzamento dell’età anagrafica per essere collocato in quiescenza hanno provocato questo squilibrio da cui non se ne esce: i dipendenti anziani costretti, loro malgrado, al lavoro e i giovani a casa, a bighellonare, completamente sfiduciati nel veder realizzarsi a breve un’idea di futuro.
“I numeri dell’Istat riguardano soprattutto i posti a tempo indeterminato, c’è un record storico, ha commentato il PdC Matteo Renzi. Ma contemporaneamente i lavoratori autonomi e le piccole medie imprese sono ancora in sofferenza. I risultati sono sì positivi ma non ancora sufficienti a rilanciarci”.
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Difficile credere di aver toccato un “record storico” a proposito di posti di lavoro a tempo indeterminato, se vogliamo stare alle parole del PdC . E non perché siamo i soliti gufi che vogliono contestare i dati a prescindere. Ma è che questi dati vanno presi con le pinze, perché il Paese, cioè noi, i cittadini, che tocchiamo con mano la quotidianità, la sofferenza, i profondi disagi abbiamo una percezione completamente differente. Ne è la prova un tweet inviato all’Istat da un precario che ha chiesto: “Vorrei sapere come effettuate le statistiche: io lavoro con un voucher da 8 ore al mese cosa sono, occupato o disoccupato”? La risposta dell’Istat la dice lunga sulla veridicità dei dati dell’occupazione che confermano il pessimismo dilagante di chi non ce la fa a sbarcare il lunario. “E’ considerato occupato se nella settimana di riferimento dell’indagine ha lavorato almeno un’ora”. Ecco servita la verità. Se questi lavoratori fossero stati senza occupazione nella settimana della rilevazione, i dati sarebbero stati di segno opposto. Ecco perché il Paese non ha la minima percezione di una qualunque ripresa. Il lavoro, quando c’è, dura poco ed è sottopagato, alla faccia dei dati che vorrebbero spacciare una verità differente.
Lo stesso dicasi per il lavoro stabile, ossia a tempo indeterminato. Con i nuovi contratti a tutele crescenti entrati in vigore nel 2015, infatti, parlare di lavoro stabile non ha più molto senso, dal momento che in caso di licenziamento ingiustificato il lavoratore non ha più diritto automaticamente al reintegro ma ad un indennizzo che cresce con l’aumentare dell’anzianità lavorativa.
Insomma, per dirla tutta, la luce in fondo al tunnel non si intravvede, neanche con tutta la buona volontà. E ogni forma di ottimismo è davvero fuori luogo.
foto di Chiara Farigu.
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