DI STEFANIA DE MICHELE
stefania de michele
Con buona pace di Antonio Gramsci e Giustino Fortunato, la questione meridionale non esiste. Dimenticata, finita, archiviata. Se proprio non volessimo negarne l’esistenza, saremmo costretti a dire che c’è, ma sancisce il privilegio del Mezzogiorno nei confronti del Nord Italia. Interpretazione personale e polemica, direte voi, di un valido studio, condotto da Andrea Ichino, professore dell’European University Institute di Firenze, Tito Boeri, presidente dell’Inps con cattedra alla Bocconi, Enrico Moretti dell’Università di Berkely, uno dei consulenti economici del presidente Barack Obama. Il meglio gotha dell’economia ha pubblicato un’indagine dal titolo “Divari territoriali e contrattazione: quando l’eguale diventa diseguale”. Le risultanze dello studio ci spiegano che i contratti nazionali producono diseguaglianze: il salario nominale uguale per tutti avvantaggia i lavoratori del Sud e i proprietari di casa del Nord. In media il potere d’acquisto è più basso di circa il 13% nelle regioni settentrionali rispetto a quelle meridionali, con un picco del 32% tra gli insegnanti della scuola elementare pubblica. Risultato della contrattazione non collegata alle dinamiche della produttività e al costo reale territoriale della vita. Una considerazione su tutte: la preziosa analisi è dato empirico da sempre noto alle sciure del Nord come alle massaie del Capo di Sotto. Quel che rende interessante il report è lo sviluppo in termini di eventuali soluzioni da porre in atto. In principio erano le gabbie salariali, ma l’esperienza può dirsi definitivamente conclusa. Attivo dal ’45 al ’69 il meccanismo della differenziazione territoriale ingabbiava i salari entro rigidi parametri: in base a questo sistema, i livelli salariali erano minori al Sud, rispecchiando così il diverso costo della vita. Le gabbie sono state aperte dopo anni di lotte sindacali e non si richiudono. La soluzione prospettata è quella di fuoriuscire dal contratto nazionale, spostando la contrattazione a livello aziendale e collegandola a indici di produttività. Gli studiosi prendono ad esempio la Germania, che così opera fin dalla metà degli anni Novanta. Una scelta che – secondo il tris di studiosi – ha determinato salari nominali e reali al contempo più elevati nelle regioni dell’Ovest rispetto all’Est, costi delle abitazioni sostanzialmente uniformi, tassi di disoccupazioni abbastanza simili. Lo stesso scontro sociale in Francia sulla loi travail , ricorda Ichino, riguarda proprio la proposta del governo di deviare dagli accordi nazionali. “Io credo che chi si oppone stia sbagliando“. Che dire? Stanno operando la loro minzione sulle nostre teste e ci dicono che piove. Scardinare l’azione sindacale, polverizzarla, affidare le contrattazioni in via esclusiva alla forza debole delle rappresentanze aziendali è l’abbattimento dell’ultimo, fragile argine.

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