LA CRISI ALIMENTARE GENERA LA NUOVA CORSA ALL’ORO, O “LAND GRABBING”

virginia murru

DI VIRGINIA MURRU

Con una locuzione inglese viene definito ‘land grabbing’, e sul piano internazionale non è una semplice questione economica e geopolitica. L’acquisizione di grandi estensioni di terre, tramite acquisto diretto o affitto, negli stati del sud del pianeta,  è un vero dramma per le popolazioni autoctone dei paesi interessati al fenomeno. C’è qualcosa che va oltre: ha un rapporto stretto col business, e finisce nel cinismo dei governi coinvolti, insieme alle multinazionali della green economy.

In realtà tutto ha avuto inizio col vertiginoso aumento dei prezzi dei beni alimentari, nel 2007/8, che ha indotto compagnie e governi – soprattutto dei paesi occidentali – ad accaparrarsi enormi superfici di terre a vocazione agricola in Brasile, Argentina, Africa, per assicurarsi le giuste scorte di cibo, la sicurezza alimentare, ma in fondo per sfruttare le opportunità del commercio internazionale nel settore.

Tutto questo ha determinato la tendenza ad investire nella cosiddetta green-economy, sia per la produzione di cereali che per quella di biocarburanti, su larga scala, ossia attraverso l’acquisto, nei paesi poveri, di grandi estensioni di terreni agricoli. Si parla, solo in Mali, per esempio, di centinaia di migliaia di ettari offerti agli investitori stranieri. Ormai nel sud del mondo, questo genere d’investimenti sta creando squilibri di ordine economico, o meglio di sopravvivenza, per le popolazioni locali, che si sono viste sottrarre la terra sotto i loro piedi. Terre che hanno coltivato da secoli, una generazione dopo l’altra, garantendo lavoro e sostentamento.

Con gli anni, gli artigli tesi su queste smisurate estensioni di terra fertile, ha generato un diffuso malcontento: in primis nei paesi africani sub sahariani.  Ha messo in gioco non solo la sopravvivenza delle popolazioni alle quali da secoli i governi avevano affidato queste terre, ma ha creato altri stravolgimenti, dato che le multinazionali occidentali, americane in particolare, hanno portato avanti le trattative con i rispettivi governi africani senza reali garanzie, o contratti degni di questo nome.

Le conseguenze sono state l’insicurezza, un peggioramento delle condizioni di vita dei contadini che, legittimamente, da secoli, coltivavano queste estensioni di terreni fertili e produttivi. Le multinazionali hanno imposto un genere di coltura che doveva rivelarsi davvero eccellente in termini di esportazione, impiantando industrie di trasformazione in loco (quindi, per quel che riguarda lo zucchero, di raffinazione), e trasformando le colture su larga scala della barbabietola in prodotto pronto per essere esportato.

Restano i dati sconcertanti forniti dalla Banca mondiale: in un solo anno sono stati venduti o acquisiti per lo sfruttamento, circa 46 milioni di ettari nei paesi africani. Ma non tutto pare sia stato registrato con scrupolo, pertanto si stima che le acquisizioni abbiano una portata ben maggiore rispetto ai numeri divulgati. Alcuni anni più avanti (dal 2008, anno di riferimento), dopo l’analisi di altre valutazioni, seguite ai dati già analizzati, sembra che in termini di quantità, si sia sfiorata la cifra di circa centomila ettari..

Tutto questo ignorando proteste e ribellioni dei contadini locali e delle loro famiglie, dediti alla cura dei terreni agricoli, assegnati loro dallo Stato per lo sfruttamento, e praticamente col tempo ‘usucapiti’ per via del possesso. Ma per queste popolazioni, la lavorazione delle terre agricole, rappresentava una diretta fonte di vita e di sostentamento.

La cessione dei terreni avviene soprattutto, in termini giuridici, per ‘locazione’, poiché gli stati africani, per costituzione, si sono dotati di una disciplina nazionalistica che vieta la vendita di quelli appartenenti alla giurisdizione delle rispettive nazioni.

Pertanto gli affitti concessi a imprenditori stranieri, avvengono in forma di concessione a termine, ovviamente si tratta di contratti e accordi che prevedono lunghissimi periodi di tempo, da qualche decina d’anni fino ad un secolo di possesso e sfruttamento. E’ solo uno dei dati più impressionanti.
E’ evidente che un simile processo di abuso sottrae la legittima appartenenza di enormi superfici agricole agli agricoltori locali, che davvero si sono visti franare la terra sotto i loro piedi, e nulla hanno potuto contro l’arroganza dei governi, che li ha esclusi dalle trattative. E non ha permesso ingerenze neppure ai loro sindacati. Questi ultimi anzi, in molti casi, sono stati letteralmente cacciati, insieme agli agricoltori, talora in modo violento. Si sono di fatto verificati scontri in diverse circostanze con le autorità governative, con tragiche conseguenze. Purtroppo è avvenuto sotto gli occhi vigili dei governi dei paesi occidentali, e degli organismi internazionali, come la FAO, che si sono solo limitati ad esprimere condanna, ma senza intervenire in maniera concreta per porre freno agli abusi inammissibili. Si è andati avanti con lo sfratto coatto, in nome dei nazionalismi degli stati interessati, protetti da una costituzione che ha ridotto al minimo la proprietà privata di queste terre da parte degli agricoltori, i quali da sempre le avevano comunque lavorate.

Va altresì precisato che le multinazionali e i governi stranieri, si sono accaparrati in media lotti di circa cinquanta mila ettari, ma tanti sono gli accordi che hanno permesso di andare ben oltre, sfiorando le diverse centinaia di migliaia di ettari. E c’è anche da sottolineare che la corsa all’accaparramento di terre coltivabili, non è limitata solo agli stati africani, ma riguarda in genere il sud del mondo, in particolare quegli stati che da sempre sono dotati, sul piano  geografico, di enormi estensioni territoriali, quali Brasile e Argentina, ma anche Indonesia, Honduras e diversi altri. Questi ultimi, allorché hanno preso atto delle proporzioni allarmanti del fenomeno, sono intervenuti per limitare l’ingerenza della presenza di soggetti stranieri, che allungano sempre più le loro mani sul loro territorio. Certamente valorizzandoli e sfruttandoli attraverso tecniche agricole moderne e produttive, ma anche riducendo l’autorità dei governi stessi nelle politiche di gestione del territorio,
Per questa ragione, il trend del fenomeno e l’intero processo andavano controllati, con interventi legislativi interni e accordi internazionali severi ed efficaci. A questo punto è necessaria una sorveglianza di rigore, o davvero si va incontro a sconvolgimenti epocali nel settore agricolo dei paesi interessati, con ingerenze da parte di potenti multinazionali, che rischiano di condizionare anche l’assetto politico di questi Stati.
Ma già si prende atto che questa è la nuova corsa all’oro.
E senza dimenticare che il fenomeno è iniziato intorno al 2006, in ‘sintonia’ con l’aumento dei prezzi nel settore alimentare, diventato poi preoccupante nel 2008, almeno su certe aree del pianeta in cui si è riscontrata l’esigenza di una maggiore sicurezza alimentare, non più garantita per la popolazione.

Ma andiamo con ordine. Prendiamo un esempio eclatante: quello che sta avvenendo in Mali, stato dell’Africa nord-occidentale. La lotta del sindacato dei contadini, Sexagon, è implacabile, e le ragioni ci sono, eccome. Si oppongono con forza e determinazione alla strafottenza degli imprenditori stranieri, che lucrano sulle loro terre attraverso l’’agribusiness’ autorizzato dal governo, il quale, senza tenere conto delle proteste, ha concesso centinaia di migliaia di ettari al cinismo di questi stranieri. Ai contadini sono rimasti ‘spiccioli’, oppure sono stati forzati a lavorare in queste enormi estensioni di territorio, ormai sconvolti da tecniche agricole volte solo allo sfruttamento selvaggio e al commercio internazionale dei beni prodotti.
Ai soggetti stranieri la terra viene concessa per importi irrisori, mentre ai contadini del luogo, che hanno esigui possedimenti, in proporzione, vengono richieste tasse annuali pesanti.

Sempre maggiore è la superficie di terra concessa alle multinazionali, e la mediazione dei sindacati nulla può contro queste strategie che servono solo a rimpinguare le casse dello Stato, e a rendere precaria la vita degli agricoltori. Intanto si ignorano i diritti derivanti dal possesso e dalla consuetudine, che essi esercitano da secoli. Questi sono gli effetti di una politica nazionalistica, che ha accentrato il potere di proprietà sullo Stato, e che negli ultimi anni ha giustificato lo strapotere decisionale del governo, escludendo i cittadini, come fossero optional nell’amministrazione del patrimonio.
Il Mali, grazie anche al fiume Niger, che attraversa a nord il paese, ha un territorio fertilissimo, in gran parte irriguo. Ha peraltro una superficie che è quasi un quarto rispetto a quella dell’Europa occidentale messa insieme, la fertilità della terra e l’abbondanza di acqua, con le relative potenzialità di queste risorse, avrebbe dovuto creare condizioni di vita agiata per gli abitanti, invece si riscontra ancora un indice di mortalità elevato, soprattutto nella prima infanzia.

Furono i coloni francesi, nei primi decenni del secolo scorso, a bonificare il territorio destinandolo a colture che poi non si rivelarono idonee alle caratteristiche geologiche del luogo. Costruirono anche una grande diga che aveva lo scopo di rendere più potente la portata delle acque del Niger. Fu nel contempo creato ‘l’Office du Niger’, che doveva gestire e vigilare sulle opere sorte nel territorio, e mediare con gli agricoltori.

I Francesi, però, dopo pochi decessi, furono costretti ad abbandonare il paese, poiché il Mali divenne nazione indipendente. Il 90% delle aree agricole furono nazionalizzate, ma i contadini potevano ancora lavorarle, erano autorizzati a sfruttare il suolo versando un’imposta annua in base all’entità di terra data in usufrutto. Recentemente l’acqua viene destinata in gran parte ai soggetti stranieri dell’agrobusiness, rendendo precaria e difficile la vita degli agricoltori del posto, i quali si sono visti sottrarre anche i diritti di accesso libero a questa importante risorsa. Il peggio è che viene loro richiesto un contributo che va oltre quello corrisposto dalle compagnie straniere.

C’e anche da precisare che la coltivazione della canna da zucchero richiede un impiego di acqua ben maggiore rispetto alle colture di miglio e riso, praticate dai coltivatori maliani; ma gli stranieri hanno il solo obiettivo di esportare e lucrare su queste concessioni, senza alcuna etica o riguardo verso le popolazioni autoctone. In Mali il traffico di terre agricole continua a imperversare, con la noncuranza del governo, che ignora le istanze e le proteste dei contadini e dei sindacati.

Vi circolano multinazionali americane, cinesi, libiche e altri ancora; come api attratte dal miele, hanno trovato il modo di insediarsi e spadroneggiare. Si parla di centinaia di migliaia di ettari in questo gioco perverso, chiamato ‘modernizzazione dell’agricoltura’, mentre la gente locale ha l’autorizzazione di sfruttare al massimo un paio di ettari. Moscerini contro elefanti. Si contravviene ai naturali diritti umani di questa gente, si violano anzi questi diritti, attraverso la confisca delle terre che essi da sempre hanno posseduto, si ricorre perfino a mezzi violenti quando si oppongono.

E’ la logica del nuovo business, l’agrobusiness, nuova frontiera del mercato internazionale, punto di partenza per un orientamento basato sullo sfruttamento di grandi estensioni di terre fertili, una green economy che non convince, perché si tratta di criteri che non tengono conto dell’equilibrio geologico e biochimico di questi suoli. Si tratta di coltivazioni forzate, in fin dei conti. La canna da zucchero, per esempio, richiede in Mali stravolgimenti sul piano rurale che non rispettano le caratteristiche del territorio, e consumano ingenti quantità d’acqua.
E per questa ragione gli agricoltori e i loro sindacati lanciano le loro invettive contro lo sfruttamento scellerato, il land grabbing, per loro, è solo una fregatura. Un espediente del governo, che giustifica le sue manovre di politica economica, con il rinnovamento e la prospettiva di lavoro e miglioramento delle condizioni di vita dei contadini. Alibi ai quali proprio loro, che ogni giorno si misurano con l’arroganza di questi investitori senza scrupoli, non credono, dato che la precarietà e il grado di sussistenza sono peggiorati. Del resto non ci si poteva aspettare che le multinazionali della green economy fossero dei missionari, essi hanno abilmente sfruttato le concessioni e la disponibilità del governo per i loro fini, che rientrano, neanche a dirlo, nel profitto, e non vanno oltre.
Restano tanti interrogativi sulle conseguenze di questo immorale commercio di terre fertili nel pianeta, nulla può giustificare l’irruzione degli stranieri che sfruttano selvaggiamente il territorio, ignorando la popolazione locale, i diritti, e i disagi. L’insidia ha preso avvio in seguito alla forte crisi economica dei paesi occidentali (2007/8), al senso d’insicurezza che la crisi stessa ha creato, determinando fughe d’imprenditori all’estero, dove i costi di produzione sono minimi.

L’aumento dei prezzi dei beni di consumo alimentari, nel 2007, ha poi aggiunto gradi di allarme al terremoto ancora in atto, e ha favorito la ricerca di aree fertili e coltivabili, idonee alla coltivazione su larga scala e all’esportazione. L’Africa è il continente più colpito, assaltato dai cinesi, che acquistano estensioni sempre maggiori di terra, in grado di sostenere un popolo demograficamente non facile da gestire.

Certo ci troviamo ad una svolta, il pericolo degli stravolgimenti è alla porta, l’acquisizione di aree così estese, non cambierà soltanto i criteri relativi alla proprietà, in seguito è naturale che anche i condizionamenti politici possano avere il loro peso nella gestione del territorio. In Mali questo processo è già in atto, in Brasile e Argentina si sono prese delle misure giuridiche atte a prevenire questi rischi, nei prossimi decenni si valuteranno la proporzione e le conseguenze delle scelte relative ai governi interessati al fenomeno.

foto di Virginia Murru.
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